Il riformismo di Veltroni alla prova dei taxi

novembre 29, 2007 alle 2:27 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Ieri, improvvisamente, la capitale è stata paralizzata dai tassisti romani inferociti dalla proposta, avanzata dal sindaco di Roma, di rilasciare altre 500 licenze. Non è un negoziato qualsiasi per Walter Veltroni, neo segretario del Partito democratico, ma si tratta del primo, concreto banco di prova della sua cifra di riformista. Già, perché la questione dei taxi è una metafora perfetta per misurare l’incapacità, tutta italiana, di modernizzare il Paese puntando più agli interessi collettivi che non ai privilegi di qualche corporazione. La situazione è chiara, da anni. In buona parte delle città italiane, Roma in testa, il servizio dei taxi è scadente, innanzitutto per la scarsa disponibilità delle vetture, come sanno bene i cittadini costretti a lunghe file alla stazione Termini o all’aeroporto di Fiumicino. I tassisti, barricati in una miriade di sindacati piccoli e grandi, urlano e scendono in piazza ogni volta che un amministratore prova ad allargare l’offerta, aumentando le licenze, e tirano fuori a loro difesa il solito bla bla bla sul traffico urbano. Le corsie preferenziali non rispettate, l’eccesso di auto blu, la concorrenza sleale degli abusivi e delle società del trasporto privato urbano. In realtà, dietro il paravento delle parole ci sono solidi e anche, se vogliamo, legittimi interessi. Un aumento delle licenze ne deprezza il valore e aumenta la concorrenza: due cose che i signori delle auto bianche non vogliono. Come i farmacisti, e tante altre categorie, che godono del privilegio del numero chiuso e dell’impossibilità di allargare i club. Che cosa fa il riformista in questa situazione? Scegli e le priorità, negozia e poi decide. Con i taxi, per esempio, non molla sull’allargamento del numero, e poi magari tratta una sorta di compensazione per quanti si ritrovano con un bene deprezzato. E’ la soluzione adottata in diversi paesi, dalla Spagna all’Irlanda, perché quella dei tassisti è una corporazione globale. Ovviamente, il riformista mette nel conto il braccio di ferro con la categoria. E anzi la sfida: se loro utilizzano l’arma dello sciopero, sono padroni di farlo, ma devono risponderne all’opinione pubblica. E’ quello che sta facendo, per esempio, Sarkozy in Francia per ridimensionare i privilegi di alcune pensioni nel settore del pubblico impiego. In Italia, invece, i riformisti delle belle parole hanno sempre alzato la bandiera bianca appena i tassisti hanno alzato la voce. A cominciare proprio dal sindaco Veltroni che, dopo tanti annunci, ha dato ai romani che viaggiano in taxi tariffe più alte e gli stessi disagi di sempre, rinunciando alle nuove licenze. Adesso il capo del Pd ci riprova, consapevole del valore emblematico di questa partita. Vedremo quanto reggerà: perché se dovesse mollare, vuol dire che anche il suo riformismo è fatto di panna montata. Vuoto e impotente di fronte al primo urlo delle corporazioni made in Italy.

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