La spallata? Arriverà da Veltroni

ottobre 31, 2007 alle 12:35 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Vedrete: alla fine la vera spallata arriverà da Walter Veltroni. E non sarà l’effetto di uno sgambetto o di una trappola, ma la certificazione di una svolta politica: il Partito democratico, ormai forza politica compiuta e definita, deve compiere il suo strappo vitale, l’essenza della mission per la quale è nato, ed emancipare la sinistra riformista dagli estremismi, cioè da quella somma di partiti e partitini, di capi e capetti che consentono di vincere le elezioni ma non di governare. E per questo passaggio, molto stretto in un fase così caotica della vita pubblica, Veltroni ha bisogno di due cose. La prima è il partito a sua immagine e somiglianza, con un leader forte, investito direttamente dagli elettori e non dal caminetto delle nomenclature interne, e con alcuni punti qualificanti di rottura rispetto al vecchio schema dell’Unione. Il leader del Pd, dopo il successo dell’assemblea di Milano, porterà a compimento il disegno interno con l’elezione dei coordinatori provinciali (23 novembre), l’ossatura del nuovo partito sul territorio. Nessuno potrà fermarlo in un’avanzata militare, e Veltroni dovrà solo negoziare una civile convivenza con l’unico leader che, in teoria, potrebbe contrastarlo, ma che al momento, per il realismo che lo contraddistingue, non ha alcuna intenzione di mettersi di traverso. Parliamo, ovviamente, di Massimo D’Alema. Resta la seconda cosa: la caduta del governo Prodi. Ieri si è visto in modo nitido, per una efficace coincidenza di fatti, perché il Partito democratico, e Veltroni in prima linea, non possono continuare a coprire l’arte della sopravvivenza del premier. Nello stesso giorno, il governo ha approvato il pacchetto di disegni di legge sulla sicurezza con l’astensione di tre ministri della sinistra e la Camera ha bocciato l’istituzione della commissione d’inchiesta sul G8 di Genova con Udeur e Italia dei valori schierati con i centrodestra e con la sinistra radicale che urla al mancato rispetto del programma. In pratica, sommando i due episodi si scopre che il compromesso dell’ultimo minuto, al termine di estenuanti mediazioni, non è più l’arma segreta del governo. La pistola è scarica, e dunque bisogna prenderne atto. Proprio quello che Veltroni ha intenzione di fare, sapendo che la sua partita si gioca in pochi mesi, forse settimane. Perché il tempo della tattica è scaduto e chissà che per l’Italia non si avvicini, dopo questa interminabile e perfino noiosa transizione, una nuova fase politica.

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Il Veltroni cattivo ci piace. Serve anche a noi…

ottobre 30, 2007 alle 9:53 am | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Chi aveva dubbi sul profilo che Walter Veltroni darà alla sua leadership, è stato servito con l’assemblea di Milano: non sarà un segretario con il guanto di velluto. Per fortuna, aggiungiamo. Se il Partito democratico ha un senso, ciò non deriva solo dall’effetto semplificazione che contiene, ma innanzitutto dalle novità che sarà capace di mettere in campo, utili a tutto lo schieramento politico, centrodestra compreso. E Veltroni le ha già squadernate a Milano. Primo: non ha alcuna intenzione di restare prigioniero del manuale Cencelli dei suoi king maker. Vuole essere un capo vero, con un esercito e non circondato da generali impegnati a dettargli l’agenda. Vedrete, quindi, che nel Pd ci sarà aria nuova e gente nuova, e i «pellegrini», per usare un’espressione di Romano Prodi, dovranno mettersi in fila, senza sgomitare. Qualcuno ci rimetterà il fegato, altri prenderanno il cappello e cambieranno casa. Secondo: Veltroni vuole rompere lo schema di un Partito democratico prigioniero della sua alleanza a sinistra, con la quale vince le elezioni ma non governa, non innova. Da qui l’idea di «correre da soli», preludio a un passaggio successivo che separerà i postsocialdemocratici, come è avvenuto in tutta Europa, dalla sinistra radicale. E in quanto capo Veltroni vuole essere rispettato sia quando difende la sua scelta a favore di un sistema elettorale maggioritario (mentre D’Alema, Fassino e Rutelli sono per il proporzionale alla tedesca) sia quando, lo farà nei prossimi giorni, vorrà da Prodi un forte segnale di discontinuità con un governo con meno poltrone di ministri e di sottosegretari. Sempre che ci sia il tempo per farlo e la situazione non precipiti. In questa ipotesi, che non dispiace al neosegretario, ben vengano le elezioni, già gradite, secondo il sondaggio di Renato Mannheimer dal 40 per cento degli italiani. Terzo: Veltroni pensa a una nuova forma-partito, necessaria dopo l’eclissi delle vecchie e strutturate forze politiche del Novecento. A questo proposito, la discussione su un possibile partito-light, senza iscritti, sezioni e tessere, ci sembra del tutto surreale. Che cosa significa? Chi tirerebbe fuori i soldi, per esempio, per portare avanti la baracca? Il paragone con i modelli anglosassoni è astratto e privo di fondamento: in America sono possibili finanziamenti alla politica che in Italia diventerebbero solo occulti; in America i poteri che bilanciano e controllano il primato della politica sono forti e trasparenti, in Italia hanno la faccia dei magistrati che urlano in tv e tagliano le teste o quella degli industriali che controllano l’opinione pubblica. Altra cosa, invece, è quella di un partito aperto, federale, con larga autonomia nel territorio, collegato attraverso reti stellari con gli universi delle associazioni e del volontariato. Un partito che ci piacerebbe vedere in campo a sinistra e a destra, secondo la fisionomia di una democrazia finalmente matura.

Ci fidiamo di Napolitano. Lo merita

ottobre 26, 2007 alle 11:32 am | Pubblicato su L'Editoriale | 14 commenti
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Il boccino è nelle mani di Giorgio Napolitano. Il governo Prodi, ieri ripetutamente sconfitto al Senato, in caduta libera di consensi e sfiduciato dai grandi quotidiani dell’establishment, dal Corriere della Sera alla Stampa, non può tirare a campare a lungo. Quando e come cadrà è un dettaglio: l’agenda politica dice che siamo già nel dopo Prodi. E qui entra in gioco, innanzitutto per le sue prerogative istituzionali, il capo dello Stato la cui posizione finora è stata molto chiara. Napolitano vuole alcune riforme, a partire da quella relativa alla legge elettorale, prima di sciogliere le Camere e chiede uno sforzo bipartisan per approvarle. Inoltre, il governo che verrà , come già richiesto a Prodi durante la precedente crisi, dovrà avere una sua «autosufficienza» che, tradotta con un numero, significa 158 voti, senza dunque contare il soccorso straordinario dei senatori a vita, al Senato. Si può seguire il percorso tracciato dal presidente della Repubblica? Assolutamente sì, ed è evidente che Napolitano si muove da garante super partes, nell’interesse del Paese, e non di una parte nella quale pure ha militato per una vita. Fatta salva la buona fede del capo dello Stato, del quale abbiamo mille buoni motivi per fidarci, devono però essere chiariti tre punti. Il primo: Prodi non ha «l’autosufficienza» richiesta, cioè quota 158, e quindi dovrebbe rassegnare i mandato al Quirinale senza aspettare l’incidente in aula che avvelenerebbe ulteriormente il clima, rendendo così più difficili i passaggi successivi. Napolitano non ha armi politiche per costringere Prodi a questa decisione, se non quella moral suasion che rappresenta una delle sue prerogative istituzionali. Tutto è che la eserciti con la sua autorevolezza. Secondo punto: il governo che verrà deve avere un mandato e una scadenza ben delimitati, altrimenti diventerebbe una prosecuzione della parabola politica del centrosinistra, come teme Silvio Berlusconi, in attesa magari di un ribaltamento delle previsioni elettorali, oggi decisamente a favore del centrodestra. Terzo presupposto: fatta la legge elettorale, e le riforme che chiede il capo dello Stato, si va a votare. Senza rinvii e forzature, come purtroppo si è verificato, per esempio, durante il settennato di Oscar Luigi Scalfaro. La parola deve tornare al popolo elettore, come è giusto che sia visto lo stato asfittico e la mancanza di prospettive della legislatura. All’interno del perimetro che abbiamo disegnato, e con le garanzie che contiene, il centrodestra farà bene a fidarsi di Giorgio Napolitano. L’uomo lo merita, e la carica che ricopre è una garanzia che va salvaguardata e rispettata anche da parte di chi, come l’opposizione, ha un legittimo interesse al rapido ritorno degli italiani alle urne.

Ambiguità toscane

ottobre 25, 2007 alle 2:28 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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La regione Toscana ha il chiodo fisso delle iniziative pubblicitarie, con i soldi dei contribuenti, per «valorizzare le differenze» e giocare così al tavolo del politically correct che piace tanto a qualche assessore del centrosinistra come il democratico Agostino Fragai. Si va dal diversity manager alla card prepagata con 2.500 euro a disposizione di transessuali e transgender per partecipare ad attività formative con l’ausilio di un tutor. Fino ai manifesti con un bebè che, con tanto di braccialetto come se fosse un malato di Aids, avverte: L’orientamento sessuale non è una scelta. Un messaggio sbagliato, ambiguo, inutile. Innanzitutto perché utilizza un neonato per una pubblicità dell’amministrazione regionale con il patrocinio del ministro delle Pari Opportunità (l’unico che starnazza ancora sul progetto Dico): qualcosa che ricorda le provocazioni del fotografo Oliviero Toscani con la fanciulla anoressica in primo piano, in modo però velleitario e poco professionale. In secondo luogo, che cosa significa «omosessuali si nasce»? C’è qualche certezza scientifica che lo dimostra? Non risulta. Mettere i gay nel recinto dei misteri della genetica significa soltanto ridurli a un universo di persone malate, da compatire. E si rischia così di aprire le porte a nuove forme di razzismo, di discriminazioni, di odiose etichette. Il contrario dell’idea di partenza, quella cioè di «valorizzare le differenze ».

Nel sud servono i prefetti. Di ferro

ottobre 24, 2007 alle 11:37 am | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Il pacchetto di misure del governo sulla sicurezza, che quando e se arriverà in aula dovrà affrontare l’opposizione della sinistra radicale e della Rosa nel pugno, contiene alcune novità interessanti, a partire dall’ambizione del titolo «Disposizioni in materia di illegalità diffusa». Nel disegno di legge, ecco il punto più qualificante, si riconoscono nuovi poteri ai prefetti che possono perfino scavalcare alcune prerogative dei sindaci. L’intenzione è buona, ma il provvedimento è timido e senza una forte premessa , con relative conseguenze, rischia di risolversi in una bolla di sapone. La premessa è questa: in molte parti del territorio meridionale la criminalità organizzata è più forte, molto più forte, della politica e di fatto, direttamente o indirettamente, la controlla. Solo così si spiega una mafia che riesce a diventare la prima azienda italiana con 90 miliardi di euro di fatturato, una camorra e una ‘ndrangheta che hanno messo le mani sui fondi pubblici, innanzitutto quelli europei. Il livello di permeabilità a queste pressioni delle amministrazioni locali è fortissimo e il circuito malavita-economia-politica-pubblica amministrazione è presidiato dagli uomini dei clan. Come si può provare a spezzare questa catena che inquina la democrazia e sottrae un pezzo di territorio italiano alla sovranità dello Stato? Qualcuno può pensare sul serio di farcela con le forze di qualche sindaco coraggioso, magari con il sostegno saltuario dell’opinione pubblica? No, servono scelte radicali. E in attesa di quella «rivolta delle coscienze» invocata dal Benedetto XVI nella sua recente visita pastorale a Napoli, i cui tempi sono incompatibili con le necessità dello Stato di diritto, servono scelte radicali. Continue Reading Nel sud servono i prefetti. Di ferro…

Leviamo gli ascensori della vergogna dall’altare della Patria

ottobre 22, 2007 alle 3:03 pm | Pubblicato su I Libri | 2 commenti
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L’abbiamo già scritto sul blog del quotidiano. Abbiamo deciso di lanciare una petizione in collaborazione con Italia Nostra. Riporto, ancora una volta, il testo dell’appello.

A: Al ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli

Rivolgiamo al ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli un appello affinché faccia rimuovere gli ascensori panoramici che stanno sfregiando l’Altare della Patria, sacrario della nazione e simbolo dell’unità.

Carlo Ripa di Meana, Alberto Asor Rosa, Vittorio Sgarbi ma anche personalità politiche come Paolo Brutti e Giorgia Meloni. Sono alcuni dei nomi che hanno aderito all’appello che il quotidiano l’Indipendente ha lanciato per chiedere al ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli l’immediata rimozione degli ascensori panoramici dall’Altare della Patria. Ascensori che, secondo l’Indipendente, stanno sfregiando il monumento simbolo dell’unità nazionale. Tra gli altri firmatari anche:

Carlo Ripa di Meana

Giulio Andreaotti
Alberto Asor Rosa
Paolo Brutti
Italo Cucci
Andrea Emiliani
Vittorio Emiliani
Oscar Giannino
Alessandro Giuli
Giorgia Meloni
Giulio Meotti
Enrico Montanari
Gian Enrico Rusconi
Vittorio Sgarbi
Marco Travaglio
Duccio Trombadori

FIRMA LA PETIZIONE

Se vuoi partecipare con noi a questa campagna inserisci la gif nel tuo sito o nel tuo blog. Per farlo copia il seguente codice e inseriscilo nell’html della tua pagina o in un widget

<a href=”http://www.firmiamo.it/viagliascensoridalvittoriano”><img src=”http://www.indipendenteonline.it/kitgif/vittoriano_lil.gif”></a>

Ringrazio anticipatamente tutti gli amici dell’Indipendente che vorranno aderire insieme a noi

Le elezioni si avvicinano. Comunque

ottobre 18, 2007 alle 7:55 am | Pubblicato su L'Editoriale | 3 commenti
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L’atteggiamento costruttivo e concreto del centrodestra sul pacchetto di riforme istituzionali in discussione alla Camera (ieri la Cdl, in commissione, si è astenuta compatta) è un segnale importante della rotta che l’opposizione intende seguire nei prossimi mesi. Nella convinzione che il Polo, pur non governando, ha tutto l’interesse a chiudere un accordo con la maggioranza. Innanzitutto perché è questa la risposta più efficace al virus dell’antipolitica, che colpisce entrambi gli schieramenti, e al distacco sempre più marcato dei cittadini dalle istituzioni. Pensate: dopo decenni di dibattiti, commissioni, leggistrappo votate nelle diverse legislature a colpi di maggioranza, si realizza rapidamente una nuova architettura della politica. Si chiude, per esempio, lo scandalo di un bicameralismo perfetto che significa inefficienza, costi e dunque sprechi. In secondo luogo, la ritrovata unità del centrodestra sulle riforme istituzionali è un fatto politico nuovo, che non può essere sottovalutato. Ed è la conferma di quanto andiamo dicendo da tempo: se la ex Cdl la finisce di dividersi su presunte leadership, su una successione che non può essere all’ordine del giorno, e discute di contenuti, allora l’unità diventa un fatto naturale e apre le porte anche a nuovi accordi, compreso il possibile partito unico tra Forza Italia e Alleanza nazionale. Se il centrodestra è compatto in materia istituzionale, un campo dove le divisioni sono sempre trasversali, figuriamoci quanto può esserlo su altri temi in agenda, dal fisco alla sicurezza. Infine, nel pacchetto delle riforme deve trovare posto anche la nuova legge elettorale. Non solo per un’ovvia scelta di coerenza istituzionale, che sgombrerebbe il campo dal rischio del referendum, ma anche per sfilare alla maggioranza una carta decisiva per la sua sopravvivenza. Ecco perché è giusto ottenere lo spostamento della discussione sulla legge elettorale dal Senato, dove è condannata a finire su un binario morto, alla Camera, dove si sta lavorando bene e sul serio. Una volta approvate le riforme istituzionali, con la legge elettorale, le porte per il ricorso anticipato alle urne saranno spalancate. Non ci sarà bisogno di raccattare il voto di qualche scontento in Senato, né di inseguire manovre di trasformismo parlamentare. Al voto si andrà, in questo caso, non per una scossa,a ma per una precisa scelta politica.

Il centrodestra ringrazi Veltroni e si svegli

ottobre 16, 2007 alle 9:18 am | Pubblicato su L'Editoriale | 13 commenti
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veltroninoLa più concreta iniziativa per l’asfittico centrodestra italiano l’ha presa Walter Veltroni. E ci voleva. Già, perché a parte qualche inutile polemica sulla reale affluenza alle urne, l’investitura plebiscitaria del sindaco di Roma a leader del Partito democratico rappresenta una scossa salutare per l’ex casa delle Libertà. Nulla sarà come prima, questo è sicuro, e non c’è bisogno di dare fiato alle trombe della retorica per rendersi conto che la nascita formale e sostanziale di un nuovo partito costringerà il centrodestra a riprendere un’azione politica. Certo: resta l’incognita delle elezioni a breve, nel 2008, la soluzione più gradita a Silvio Berlusconi, ma non si può restare fermi in attesa che sia chiara l’evoluzione della legislatura. Non lo capirebbero gli elettori, a partire da quelli che sono scesi in piazza nella manifestazione organizzata, con successo, da Alleanza nazionale, e da quanti chiedono da tempo un’accelerazione sulla strada del partito delle libertà. Che fare, dunque? Un percorso possibile è quello di riaprire rapidamente un tavolo di discussione per un programma comune. Parlare di cose, insomma, prima che di contenitori. E farlo non solo coinvolgendo circoli e associazioni, un patrimonio molto cresciuto nel centrodestra, ma innanzitutto i gruppi dirigenti dei partiti. Si deve fissare un’agenda, con punti precisi, quelli che poi diventeranno la piattaforma di una programma di governo, breve ed efficace, da presentare in occasione del ritorno alle urne. Per esempio: tasse, sicurezza, welfare e famiglia, legge elettorale e modifiche istituzionali, privatizzazioni, scuola e università. Se si tornasse a discutere con concretezza di questi temi, cercando anche di allargare l’area delle consultazioni alle forze sociali in un momento nel quale l’Italia è prigioniera della sua frammentazione, si potrebbero ottenere nel breve periodo due risultati.

Il primo: dare un segnale di buona politica, lontana dalle formule astratte e vicina ai problemi dei cittadini e alle possibili soluzioni.
Il secondo: creare il terreno sul quale poi ricostruire le alleanze nel centrodestra.

Un programma di governo, tanto per capirci, renderebbe visibile l’assoluta vicinanza delle posizioni di Forza Italia e An, e potrebbe perfino spingere i dirigenti dei due partiti a saltare il passaggio intermedio di una federazione per puntare diritti al partito unico. Così siamo sicuri che, nel merito dei contenuti, anche la distanza con l’Udc è più corta, e a quel punto un patto federativo con i centristi sarebbe a portata di mano. Serve, come vedete, una buona dose di coraggio e di generosità: e per il momento diciamo grazie a Walter Veltroni.

Così il nucleare è un costo scandaloso della politica altro che barbiere…

ottobre 12, 2007 alle 9:32 am | Pubblicato su L'Editoriale | Lascia un commento
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Proviamo a mettere in fila le dichiarazioni di intenti. L’ultima, in ordine di tempo, è quella di Massimo D’Alema, ministro degli Esteri, che da Nuova Delhi ci comunica «il bisogno crescente di energia nucleare civile» e chiede il rilancio di questa fonte energetica in cambio di «un aumento del livello di sicurezza». Prima di lui, lo stesso discorso lo avevano fatto i ministri Pierluigi Bersani, Francesco Rutelli, Linda Lanzillotta, Antonio Di Pietro; il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta; leader dei partiti della maggioranza, come Piero Fassino. Quanto a Romano Prodi, ecco le parole del capo del governo: «Ero favorevole al nucleare nel lontano 1987, quando uno sciagurato referendum lo bocciò. Per il momento non ci sono le condizioni politiche per riaprire il dossier». Già, le condizioni politiche. E quali sarebbero? L’opposizione di un ministro, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, che vale il 2,1 per cento dei voti e qualche veto sul versante della sinistra massimalista? Una risicata minoranza, dunque, di fronte alle forze più autorevoli, e più consistenti, del centrosinistra: una minoranza che ancora una volta esercita fino in fondo il suo efficace potere di veto. Allo stesso tempo, dal fronte dell’opposizione, Pier Ferdinando Casini ha proposto ieri, dalle colonne del Sole 24 Ore, una cabina di regìa bipartisan per riaprire in Parlamento la partita del nucleare. Continue Reading Così il nucleare è un costo scandaloso della politica altro che barbiere……

Ecco perchè Veltroni e Prodi sono incompatibili

ottobre 11, 2007 alle 10:03 am | Pubblicato su L'Editoriale | Lascia un commento
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Quanto durerà la convivenza tra Romano Prodi e Walter Veltroni? Quanto potranno resistere assieme, marciando lungo strade parallele, il premier e il futuro leader del Partito democratico, due figure che in tutto il mondo occidentale sono riconducibili alla stessa persona? Poco, molto poco. Anzi: un divorzio sostanziale, insanabile, si è già consumato in queste ore. Basta dare un occhio, per esempio, all’intervista all’Unità di Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo al Senato. «Dopo il 15 ottobre (cioè dopo l’elezione di Veltroni n.d.r.) bisogna azzerare i ministri del Pd e ridurli» ha detto la Finocchiaro, un dirigente di primo piano che in questo anno «faticosissimo» ha vissuto sulla sua pelle l’ebbrezza prodiana di resistere sul filo del voto a palazzo Madama. Le parole della capogruppo rimbalzano dopo un analogo annuncio dello stesso Veltroni («dobbiamo dimezzare i ministri ») al quale Prodi, imbufalito, ha risposto così: «Queste cose le decido solamente io». Punto. Un secondo strappo, ancora più sostanziale, avviene sulla questione del risanamento e della manovra finanziaria. Di fronte al commissario Joaquin Almunia che definisce «non sostenibile» il debito pubblico italiano, Veltroni sottoscrive e si tuffa a pesce in quello che il Corriere della Sera di ieri, in un editoriale di Dario Di Vico, battezza come «un inedito asse». E Prodi? Da Bruxelles, stizzito, replica a Almunia, e quindi a Veltroni: «Lasciateci governare». Doppio punto. Sullo sfondo di questa netta divaricazione, si intravede l’incompatibilità politica tra Prodi e Veltroni che abbiamo sempre segnalato da queste colonne. Mentre il primo sopravvive grazie alla sua abilità di negoziatore con la sinistra massimalista, i cui voti sono determinanti per la tenuta della maggioranza, il secondo, se vuole dare veramente un segnale di novità alla sua investitura, deve rompere proprio l’assedio a sinistra, e affrancare il Partito democratico dai veti e dalle interdizioni che arrivano dalla minoranza estremista. Sono strade non distanti, ma inconciliabili. E non c’è compromesso che tenga di fronte a una elementare legge della politica che rende necessaria una prova di rottura quando si crea un partito nuovo, con un programma nuovo. Per paradosso, ma è la realtà, Veltroni può diventare leader soltanto se stacca la spina dell’ossigeno che tiene in vita il governo Prodi. Da qui non si spacca. «Dopo le primarie del 14 ottobre, comincia il bello» annuncia la Finocchiaro. No, cara senatrice, il bello è già iniziato.

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