Perchè piace l’idea del partito unico

dicembre 6, 2007 alle 4:48 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Se dovessimo stare ai sondaggi di Renato Mannheimer, il partito unitario del centrodestra sarebbe già cosa fatta. Da tempo. Negli ultimi giorni abbiamo letto due rilevamenti, all’interno dell’elettorato della ex Casa delle libertà, molto significativi. Pensate: la metà di questi elettori, quando entrano nella cabina con la loro scheda, potrebbero esprimere, indifferentemente, una preferenza per Forza Italia, An e Udc. E oltre il 70 per cento del popolo del centrodestra vuole una forza politica più ampia, unitaria e in grado di competere con il Partito democratico per il governo del Paese. È lo schema dell’Italia bipolare, ormai entrato nella testa e nei cuori degli elettori, che non esclude la possibilità di un polo centrista, moderato e ancorato nel centrodestra. È lo schema degli elettori che, diciamolo, non corrisponde alle esigenze delle nomenclature, gelose dell’autonomia e delle quote di potere dei nostri partiti-nanetti. Noi siamo e restiamo convinti che, per effetto della spinta della «forza delle cose» che in politica ha una logica perfino matematica, prima o poi la distanza tra la domanda degli elettori di centrodestra e l’offerta organizzativa dei suoi ceti dirigenti si colmerà. Ecco perché non rincorriamo in presa diretta le singole battute, le ripicche di giornata (ieri è stato Silvio Berlusconi a scagliarsi contro Pierferdinando Casini, mentre il giorno precedente il leader di An aveva lanciato segnali distensivi al Cavaliere), lo scambio incrociato di accuse. Vista con questi parametri, attraverso questo lessico, la politica italiana è noiosa. Incomprensibile. Oggi ci sentiamo confortati dai numeri di Mannheimer che, se pure non sono la sintesi dei vangeli, offrono un quadro promettente della maturità del corpo elettorale del centrodestra, di una direzione di marcia che nell’opinione pubblica è largamente condivisa. Non tenerne conto, anche per le singole incompatibilità di carattere, sarebbe una forma di suicidio politico dei leader attualmente all’opposizione. Certo: ci vorrà tempo. E sarà bene spenderlo anche per parlare di quel programma, pochi e specifici punti, che il centrodestra dovrà negoziare e definire per candidarsi al ritorno al governo. Ma noi siamo pazienti, non rispondiamo all’umore dell’attimo: e i fatti, nel tempo, ci daranno ragione.

Riforme, il rischio di un nuovo pasticcio

dicembre 4, 2007 alle 1:19 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Dopo gli incontri con i leader dell’opposizione Walter s’era illuso. Per un attimo dev’essergli sembrato che la strada della riforma elettorale fosse in discesa. E invece le minacce che ieri sono arrivate dai cosiddetti alleati minori dell’Unione lo hanno riportato con i piedi per terra. Com’era prevedibile, gli obiettivi di Veltroni non sono compatibili con la tenuta del governo. Lui vorrebbe un sistema di voto che favorisca i grandi partiti e li aiuti a liberarsi dal ricatto dei piccoli. I guastatori dell’Unione non hanno alcuna intenzione di sacrificarsi e scomparire in nome della stabilità. Romano Prodi fa la sua parte, si erge cioè a garante del Pdci, dei Verdi, dell’Udeur e di tutti quelli che temono l’estinzione. Il premier renderà la vita difficile al leader del Pd anche sul dossier riforme. Non è un segreto che il Professore porterebbe subito le lancette al giorno del referendum, se potesse. Ma una strada simile è piena di insidie anche per lui. E allora quello che si profila, nell’Unione, è un accordo pasticciato. Una legge elettorale che accontenti tutti e finisca per non risolvere l’unico vero nodo, il funzionamento della democrazia. Che l’esito possa essere questo lo dimostra la progressiva rettifica che il cosiddetto Vassallum caro a Walter ha subito in queste ultime ore. Adesso avrebbe i connotati di un modello tedesco quasi fedele all’originale, con qualche dettaglio favorevole alle forze ben radicate in certe aree, come la Lega. Ma quando la settimana prossima si arriverà al vertice di maggioranza che il premier ha promesso ai piccoli, rischia di saltare anche l’elevata soglia di sbarramento, unico elemento che può impedire il ritorno alla Prima Repubblica. Si troveranno altri aggiustamenti, altre limature. E rischia di verificarsi qualcosa di non troppo diverso da quello che è successo nel 2005 con il varo del cosiddetto porcellum. Un modello collage in cui è finito di tutto, dal premio di maggioranza alle liste bloccate, a soglie di sbarramento irrisorie, proprio perché anche il centrodestra all’epoca provò a conciliare esigenze spesso opposte tra loro. An voleva salvaguardare il bipolarismo, l’Udc puntava a guadagnare un minimo di libertà di movimento, tutti speravano di limitare la sconfitta. Un pastrocchio. Veltroni rischia di legare il suo nome a una riforma altrettanto confusa e incoerente. Vorrebbe imporre un nuovo corso, ma deve fare i conti con gli avversari che si trova in casa. In più, è imprigionato dal rischio che un suo tentativo di forzare gli equilibri passi come un siluro a Prodi e non per la ricerca di una formula adatta a una democrazia matura. Rischia di avverarsi un paradossale capovolgimento, per il leader del Pd: che sperava di innovare e che invece rischia di modellare un sistema capace di intrappolarlo nella palude della sua coalizione anche in futuro.

Il riformismo di Veltroni alla prova dei taxi

novembre 29, 2007 alle 2:27 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Ieri, improvvisamente, la capitale è stata paralizzata dai tassisti romani inferociti dalla proposta, avanzata dal sindaco di Roma, di rilasciare altre 500 licenze. Non è un negoziato qualsiasi per Walter Veltroni, neo segretario del Partito democratico, ma si tratta del primo, concreto banco di prova della sua cifra di riformista. Già, perché la questione dei taxi è una metafora perfetta per misurare l’incapacità, tutta italiana, di modernizzare il Paese puntando più agli interessi collettivi che non ai privilegi di qualche corporazione. La situazione è chiara, da anni. In buona parte delle città italiane, Roma in testa, il servizio dei taxi è scadente, innanzitutto per la scarsa disponibilità delle vetture, come sanno bene i cittadini costretti a lunghe file alla stazione Termini o all’aeroporto di Fiumicino. I tassisti, barricati in una miriade di sindacati piccoli e grandi, urlano e scendono in piazza ogni volta che un amministratore prova ad allargare l’offerta, aumentando le licenze, e tirano fuori a loro difesa il solito bla bla bla sul traffico urbano. Le corsie preferenziali non rispettate, l’eccesso di auto blu, la concorrenza sleale degli abusivi e delle società del trasporto privato urbano. In realtà, dietro il paravento delle parole ci sono solidi e anche, se vogliamo, legittimi interessi. Un aumento delle licenze ne deprezza il valore e aumenta la concorrenza: due cose che i signori delle auto bianche non vogliono. Come i farmacisti, e tante altre categorie, che godono del privilegio del numero chiuso e dell’impossibilità di allargare i club. Che cosa fa il riformista in questa situazione? Scegli e le priorità, negozia e poi decide. Con i taxi, per esempio, non molla sull’allargamento del numero, e poi magari tratta una sorta di compensazione per quanti si ritrovano con un bene deprezzato. E’ la soluzione adottata in diversi paesi, dalla Spagna all’Irlanda, perché quella dei tassisti è una corporazione globale. Ovviamente, il riformista mette nel conto il braccio di ferro con la categoria. E anzi la sfida: se loro utilizzano l’arma dello sciopero, sono padroni di farlo, ma devono risponderne all’opinione pubblica. E’ quello che sta facendo, per esempio, Sarkozy in Francia per ridimensionare i privilegi di alcune pensioni nel settore del pubblico impiego. In Italia, invece, i riformisti delle belle parole hanno sempre alzato la bandiera bianca appena i tassisti hanno alzato la voce. A cominciare proprio dal sindaco Veltroni che, dopo tanti annunci, ha dato ai romani che viaggiano in taxi tariffe più alte e gli stessi disagi di sempre, rinunciando alle nuove licenze. Adesso il capo del Pd ci riprova, consapevole del valore emblematico di questa partita. Vedremo quanto reggerà: perché se dovesse mollare, vuol dire che anche il suo riformismo è fatto di panna montata. Vuoto e impotente di fronte al primo urlo delle corporazioni made in Italy.

Siamo sicuri: un accordo verrà

novembre 26, 2007 alle 10:55 am | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Quando esistevano i grandi partiti di massa, come la Democrazia cristiana, gli scontri interni passavano attraverso il primo gradino delle riunioni di corrente. Suonavano il campanello d’allarme. Poi si andava in Consiglio nazionale, e in direzione, e si tiravano le somme: c’era la sintesi e un gruppo dirigente che la incarnava. Adesso, con i partiti sfarinati e personalizzati, la battaglia si gioca nei rispettivi fortini e con l’uso reiterato delle interviste e delle comparsate in tv. E’ cambiata la forma, ed è inutile scivolare nel rimpianto nostalgico, ma resta intatta la sostanza. Nel centrodestra è questa la partita in corso: un rimescolamento delle carte, la ricerca di un nuovo baricentro dell’alleanza, l’emergere di leadership che non sono più scontate. Con una variabile in più, rispetto al passato: qualsiasi soluzione della rappresentanza moderata in Italia passa per il suo ancoraggio con la grande famiglia dei popolari europei. Nelle giornate in cui volano gli stracci, come queste, è inutile perdersi dietro agli insulti, che fanno parte del gioco. L’accusa di populismo rivolta a Silvio Berlusconi, per esempio, è scontata. Tutta la sua storia è guidata dalla bussola dell’antipolitica ridotta a linea politica, dell’uomo che parla direttamente con il popolo, insofferente alle mediazioni, che poi però vive e sopravvive proprio grazie alla sua duttilità. Che cosa è stata, se non questo, la Casa delle libertà? Un’alleanza, cioè, che ha messo insieme postdemocristiani, postsocialisti, postafascisti, leghisti e larghi settori dell’opinione pubblica sensibilissimi alle sirene del populismo (quello che la Dc, ricordiamolo, sapeva filtrare). Allo stesso modo, l’idea di Berlusconi di andare avanti nella costruzione di un partito ancora senza nome «con chi ci sta» è infantile, quasi una ripicca, che non serve allo scopo di ricostruire l’alleanza, ma semmai la condanna a un ruolo di opposizione. Tirate le somme, godiamoci questa fase con l’ottimismo della volontà. È un passaggio dovuto nell’evoluzione del centrodestra, impedito finora soltanto dalla debolezza del centrosinistra e dalla possibilità di una sua implosione, ed era ora che Fini e Casini, come hanno fatto ieri con limpidezza, richiamassero l’attenzione sulla necessità di partire dai «problemi degli italiani», dai contenuti, da un programma. Un lavoro sulla possibile piattaforma delle cose da fare e da proporre avrà il doppio effetto di spostare la discussione ( e perché no: lo scontro) sull’impianto di governo del centrodestra e di avvicinare le forze politiche come chiedono i loro elettori. A quel punto si tornerà, come è scontato, a ragionare sulla casa dei moderati, sulla loro organizzazione politica. E, se i dirigenti del centrodestra non vogliono ricoverarsi in una clinica psichiatrica, un accordo verrà.

È l’ora dei centristi. Se ci sono, si facciano sentire

novembre 21, 2007 alle 10:55 am | Pubblicato su L'Editoriale | 7 commenti
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Il doppio spariglio di Silvio Berlusconi, nuovo partito e conversione al sistema elettorale proporzionale, ha messo in movimento tutto il mondo politico. Era ovvio. E se Gianfranco Fini agita il bastone e la carota, rimproverando a Berlusconi «un’idea campata in aria quella di andare a votare dopo la riforma » e allo stesso tempo invitandolo a «uscire dalla polemica fine a se stessa», nell’arcipelago centrista si ragiona sulle possibili, nuove aggregazioni. È chiaro che una legge proporzionale apre uno spazio nella vasta area di insofferenza ai due poli così come si sono formati fino a oggi, anche se il meccanismo di voto è stato un alibi per tenere le bocce ferme. È venuto il momento nel quale i Pezzotta, i Tabacci, i Baccini, i Bianco (gli altri nomi li potete leggere sui giornali) prendano qualche decisione definitiva. O accettano il ruolo di grilli parlanti, coccolati dai salotti televisivi a caccia di qualche testa pensante, oppure alzano l’asta della scommessa e rischiano in prima persona per un progetto più ampio. Noi continuiamo a pensare che non esiste la possibilità di un terzo polo e non solo per una questione di legge elettorale, che se anche proporzionale servirà a rafforzare (e non a cancellare) il bipolarismo, ma innanzitutto perché nel Paese c’è voglia di governi stabili all’interno di un’alternanza tra due schieramenti. D’altra parte, il modello tedesco, tanto gradito ai centristi, è proprio quello che incardina il bipolarismo, fondato sulla reciproca legittimazione degli avversari. E se i centristi hanno una funzione politica, determinante, all’interno del bipolarismo, si tratta appunto di ancorare i moderati a un progetto di modernizzazione del Paese, di renderli cioè omogenei alla grande famiglia dei popolari europei. La principale anomalia dell’Italia, dopo il crack della Prima Repubblica, è ancora questa: la mancanza di una solida rappresentanza dei moderati, con alleanze e riferimenti nella società prima che nei circoli dell’establishment. Soltanto una nuova area centrista, nel centrodestra e non nel limbo della neutralità, può sfilare un pezzo decisivo dell’elettorato dalla deriva populista e catturare consensi in uscita dal centrosinistra dopo la nascita del Partito democratico. Ecco la missione dei Pezzotta, dei Tabacci, e di tanti altri moderati che devono superare l’Udc, ma non possono prescindere dal ruolo, e anche dalla credibilità, conquistati da Pier Ferdinando Casini. Hanno voglia di provarci? Se la sentono? Se le risposte sono affermative, allora è bene chiudere la stagione dei «volenterosi » ,dei «temperati», delle «officine», cioè di movimenti laterali al campo dello scontro politico. C’è bisogno di scelte radicali, chiare e forti, come le hanno fatte nella storia i veri leader del moderatismo europeo. E come in Italia, purtroppo, sembra capace di fare solo Silvio Berlusconi.

La scossa serviva. E adesso carte sul tavolo

novembre 20, 2007 alle 5:39 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 4 commenti
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Dove vuole arrivare Silvio Berlusconi? Proviamo a dare una risposta a questa domanda, che ci hanno rivolto in tanti, senza farci condizionare dal clima avvelenato in questi ultimi giorni nella ex Casa delle libertà. Innanzitutto Berlusconi non ha mai nascosto il sogno di passare alla storia come il fondatore di un grande partito di massa, liberale e moderato. Qualcosa di diverso, e di più stabile, dell’anomala creatura di Forza Italia, una forza politica nata sulla base di uno stato di necessità che ha dimostrato nei fatti di non essere in grado di autoriformarsi. Senza questa premessa, si rischia di ridurre l’operazione dei circoli della Brambilla, paralleli a quelli di Dell’Utri, a un puro capriccio, magari a un dispetto agli aspiranti eredi, Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. In realtà i circoli erano e restano pezzi di un nuovo partito che gli elettori aspettavano da tempo dopo l’ingessatura di Forza Italia. In secondo luogo, Berlusconi è un leader movimentista, mosso sempre da una straordinaria sintonia con il suo popolo, insofferente e maldestro quando si tratta di azionare manovre parlamentari, come ha dimostrato il fallimento della sua strategia sulla legge Finanziaria. Per lui è impossibile stare fermi e aspettare lo scivolone dell’avversario sulle bucce di banane della sua fragilità. Ecco, dunque, il tavolo sparigliato e l’annuncio di un nuovo partito «con chi ci sta». Sapendo che l’appello non cade nel vuoto: già ieri Berlusconi ha raccolto l’adesione di altre frazioni del centrodestra, dai democristiani di Rotondi ai socialisti non emigrati nel centrosinistra. Fate le somme, e vedrete che siamo in presenza di una forza politica con una potenzialità elettorale superiore al 30 per cento. Ma i numeri non bastano. E il disegno di Berlusconi finirebbe alle ortiche se il centrodestra non ritrovasse una strada unitaria che passa, a nostro avviso, per un negoziato trasparente (e non fatto di ripicche personalizzate) con Alleanza nazionale e per una successiva intesa federativa con l’Udc da una parte e la Lega dall’altra. In questa partita, è una variabile importante la trattativa con il centrosinistra per una nuova legge elettorale, e la scossa di Berlusconi ha un significato chiaro: il boccino, nel centrodestra, è nelle sue mani e solo lui può garantire una legge proporzionale che non penalizzi gli alleati e salvi lo schema del bipolarismo. Si potrà discutere all’infinito sul metodo, sul filo del populismo, con il quale Berlusconi annuncia le sue svolte, ma sarebbe un dibattito inutile visti i precedenti. Quello che conta è la sostanza: e se, dopo tredici anni dalla sua discesa in campo, il Cavaliere è ancora l’unico ad avere un’energia vitale nel centrodestra, a prendere iniziative che non siano solo giochi di rimessa, è giusto che tutti facciano i conti con lui.

Studenti, se quelli di destra vincono le elezioni…

novembre 15, 2007 alle 10:39 am | Pubblicato su L'Editoriale | 4 commenti
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Non hanno avuto grande attenzione da parte dell’opinione pubblica, eppure le elezioni studentesche, da Milano a Roma, ci hanno regalato una ventata di aria fresca che le forze politiche farebbero bene a valutare. Crollano le liste di sinistra, vince la destra: questo è il senso del verdetto dal punto di vista dei rapporti di forza. Dopo trent’anni, per esempio, Comunione e Liberazione si riprende il celebre liceo milanese Berchet, anche se l’icona elettorale non è don Giussani ma il volto sensuale di Chuck Norris, l’attore protagonista della serie televisiva «Walker Texas Ranger». Il risultato non era affatto scontato e in quella scuola, soltanto poco tempo fa, si urlavano slogan contro la riforma Moratti e si organizzavano girotondi sull’onda di un movimento che sembrava destinato a un grande futuro ed invece si è di fatto evaporato. Ma il dato politico viene dopo la forte partecipazione espressa dagli studenti in queste elezioni: una discesa in campo che smonta tutti i luoghi comuni su una generazione di ragazzi poco impegnati, senza interessi, distratti dalla tv, da Internet e dalle canzonette. Al contrario, questi studenti che non allungano braccia e non stringono pugni, sono forniti di un senso della realtà che sarebbe sciocco ridurre a puro pragmatismo. Non hanno ideologie, certo, eppure è chiaro che vogliono una scuola migliore, più accogliente, con più opportunità e solidità per il loro futuro. Guardano avanti, e non sopravvivono con la testa girata all’indietro come i loro genitori. Più che al fascismo “male assoluto” o al comunismo “lotta per la redenzione dei popoli” pensano alle aule per gli studi, all’installazione dei pannelli solari, ai rischi degli esami di riparazione. Se proviamo a guardarli con disincanto, senza inforcare gli occhiali del supponente giudizio generazionale, scorgiamo migliaia di ragazzi che non si sentono adescati dalle seduzioni dell’antipolitica. Anzi: vogliono politica. Risposte concrete al loro vivere quotidiano, e non balletti astratti di parole sulle formule e sulle alleanze. Chiedono, cioè, alla politica la sua essenza, la soluzione dei problemi. Ed è un bene che una domanda così forte, così carica di contenuti, sia alleggerita da qualche sorriso goliardico, da un provocatorio Vaffafioroni.org. Resta da capire chi e come colmerà la distanza, il vuoto, che separa questa generazione, con le sue aspettative, dalla politica organizzata, dai partiti, dai luoghi, a cominciare dal Parlamento, dove poi il potere passa dalle parole ai fatti. Ecco un bel lavoro da mettere all’ordine del giorno del futuro centrodestra per non disperdere energie fresche e un potenziale di ricambio che farebbe molto bene ai nostri partiti nanetti.

Il vero maldestro è il ministro Amato

novembre 14, 2007 alle 1:02 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Sapevamo che a Giuliano Amato il Viminale stava stretto. Sapevamo che non aveva alcuna voglia di occuparsi di prefetture e questure, poliziotti e ordine pubblico: tutta materia troppo burocratica per il dottor Sottile, cultore di strategie politiche e, semmai, di impianti istituzionali. Ma non immaginavamo che il cinismo, e il distacco psicologico dalla sua funzione, spingesse il ministro degli Interni a dire, come ha fatto ieri, le seguenti parole: «Il povero Gabriele Sandri non sarebbe morto se i tifosi di due squadre diverse, incontrandosi in un autogrill, non si cimentassero in risse ma bevessero un caffè insieme». Ma che cosa significa? Una scazzottata tra tifosi in autostrada autorizza forse un poliziotto a sparare ad altezza d’uomo e il ministro competente a giustificarlo? Non è una frase scappata dalla bocca di un uomo sempre accorto e misurato. È il riflesso condizionato di un ministro che non ha la consapevolezza del suo ruolo, perché non lo apprezza. Come gli errori a catena, seguiti alla tragedia di domenica mattina sono la sintesi di un nervo scoperto, di uno Stato che va in tilt al primo incidente. E non basta l’autocritica del questore di Arezzo («abbiamo fatto un errore di comunicazione ») per scansare la responsabilità politica di chi comanda la prima linea dell’ordine pubblico. In un Paese normale l’assurda morte di Gabriele Sandri avrebbe già avuto un effetto, qualcuno ne avrebbe risposto, e Amato avrebbe rassegnato le sue irrevocabili dimissioni. Invece, la notte di domenica, dopo lunghe ore di sbandamento, si è consentito un assalto organizzato a un commissariato di polizia, dando disposizioni ai poveri agenti di restare inermi. Come se la loro paralisi avesse potuto azzerare la colpa di un collega, definito semplicemente «maldestro» da Antonio Manganelli. E se ci fosse scappato il morto tra le forze dell’ordine durante i tumulti di domenica sera? Si pareggiava anche il conto dei cadaveri di una domenica delle assurdità? In passato abbiamo visto ministri degli Interni dimettersi per responsabilità molto minori di quelle di Amato. E invece dovremo sciropparci questa fiera delle ipocrisie, con una maggioranza blindata attorno a un capo bastone del Partito democratico, a un’eminenza grigia della sinistra italiana, e di un’opposizione che ancora una volta dimostra tutta la sua evanescenza. Il capro espiatorio, che in questi casi deve sempre esserci, è già pronto: il conto di domenica lo pagherà il poliziotto maldestro. E il ministro maldestro resterà, solido e protetto, al suo posto.

Un consiglio alla Forleo: si goda una bella vacanza

novembre 8, 2007 alle 4:20 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 5 commenti
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Le lacrime, smentite anche quelle, hanno fatto parte del rito. Nel lungo interrogatorio davanti alla prima commissione del Csm, il magistrato Clementina Forleo ha riepilogato con emozione l’elenco di quanti hanno deciso di abbandonarla. La polizia, che l’avrebbe scaricata dopo la famosa sentenza sul terroristaguerrigliero Daki. I carabinieri, che non la tutelano. I partiti politici, che sabotano le sue indagini. I colleghi dell’Associazione nazionale dei magistrati, che non la difendono. Stampa e televisione, che fraintendono le sue parole. Insomma: il gip più famoso d’Italia è una donna contro tutti. Sola. Tanto da presentarsi davanti al Csm in un’utilitaria accompagnata soltanto dalla zia. Nel frattempo, tanto per intorbidire ulteriormente le acque, il presidente emerito della Cassazione in un’intervista denuncia i tentativi del procuratore generale della Cassazione di fare indagare la Forleo in merito ai suoi metodi nell’inchiesta sulle scalate bancarie. E viene smentito dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli, con parole secche: «Non c’è alcuna alcuna azione disciplinare nei confronti del gip Forleo». Ora, sinceramente, voi ci capite qualcosa? L’unica certezza è che nel labirinto delle parole, delle accuse generiche, dei messaggi trasversali, va a pezzi qualsiasi garanzia di giustizia. Vengono meno alcune condizioni essenziali, la freddezza e la serenità di un magistrato nel delicato esercizio delle sue funzioni, e tutto si riduce a uno show da dare in pasto all’opinione pubblica. Il gip Forleo ci fa perfino tenerezza. E’ una donna chiaramente provata dalla sua esposizione mediatica, dalla decisione di essersi sottoposta in continuazione agli esami televisivi e alle interviste sui giornali. E’ un magistrato che crede, e questo è ancora più grave, al suo isolamento e dunque si sente investita di quella funzione etica che ha prodotto tanti guasti all’equilibrio dei poteri nel nostro Paese. Ancora oggi, per esempio, non si capisce bene, con nomi e cognomi, chi siano i veri nemici di Clementina Forleo e perché avrebbero deciso di trattarla come un’appestata. I maestri della comunicazione, i Borrelli e i Di Pietro negli anni d’oro della loro popolarità, non sarebbero mai caduti in questa trappola dell’indistinto, e ogni volta che apparivano in tv mostravano tutta la loro abilità, anche teatrale, con denunce e accuse precise, mirate. Con la Forleo, invece, siamo entrati nel girone dei capi d’accusa declinati nel mucchio. E a questo punto la prima cosa di cui avrebbe bisogno il gip più famoso d’Italia non è un provvedimento disciplinare, ma una bella vacanza.

Il mestiere di Biagi? Testimone

novembre 8, 2007 alle 3:26 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 3 commenti
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C’è una lezione essenziale, un punto centrale, nella sterminata produzione, articoli, libri, programmi televisivi, di Enzo Biagi? Sicuramente sì, e si può sintetizzare in una identità, la sua identità: il giornalista è un testimone. Fortunato, perché si tratta di un mestiere molto affascinante, e se vogliamo privilegiato perché, come diceva Biagi con la sua pungente ironia, «fare il giornalista è sempre meglio che lavorare». Il testimone non è un osservatore imparziale, e Biagi non nascondeva simpatie e antipatie, né un resocontista asettico del quotidiano. E’ un professionista mosso dalla passione, dalla curiosità, e, perché no, dall’utopia che da piccole finestre si osservano grandi cose. Il giornalista-testimone lavora con l’ossessione delle cinque domande chiave (chi, come, quando, dove e perché), cerca l’intervista impossibile, ma non trascura il termometro dell’uomo qualsiasi, del dettaglio che può valere più di qualsiasi affresco di cronaca. Enzo Biagi è stato, a sua volta, molto fortunato. Ha fatto per una vita quello che gli piaceva, il successo gli è stato riconosciuto in vita e gli incidenti di percorso, compresa la stupida esclusione dalla Rai, li aveva messi nel conto. Sono diventati la sua bandiera di libertà. Ma è stato fortunato anche per il fatto che il giornalismo gli ha dato l’accesso, a lui ragazzo della provincia trasferito e cresciuto professionalmente a Milano, a personaggi straordinari che voleva sempre raggiungere come un traguardo. Nella sua biografia professionale non manca nulla e fino all’ultimo quella passione è stata la sua principale ragione di vita. Una passione che da nonno, come si faceva chiamare dai suoi collaboratori più stretti, ha saputo trasferire a qualche generazione di giornalisti. Di testimoni del tempo.

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