Riforme, il rischio di un nuovo pasticcio

dicembre 4, 2007 alle 1:19 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Dopo gli incontri con i leader dell’opposizione Walter s’era illuso. Per un attimo dev’essergli sembrato che la strada della riforma elettorale fosse in discesa. E invece le minacce che ieri sono arrivate dai cosiddetti alleati minori dell’Unione lo hanno riportato con i piedi per terra. Com’era prevedibile, gli obiettivi di Veltroni non sono compatibili con la tenuta del governo. Lui vorrebbe un sistema di voto che favorisca i grandi partiti e li aiuti a liberarsi dal ricatto dei piccoli. I guastatori dell’Unione non hanno alcuna intenzione di sacrificarsi e scomparire in nome della stabilità. Romano Prodi fa la sua parte, si erge cioè a garante del Pdci, dei Verdi, dell’Udeur e di tutti quelli che temono l’estinzione. Il premier renderà la vita difficile al leader del Pd anche sul dossier riforme. Non è un segreto che il Professore porterebbe subito le lancette al giorno del referendum, se potesse. Ma una strada simile è piena di insidie anche per lui. E allora quello che si profila, nell’Unione, è un accordo pasticciato. Una legge elettorale che accontenti tutti e finisca per non risolvere l’unico vero nodo, il funzionamento della democrazia. Che l’esito possa essere questo lo dimostra la progressiva rettifica che il cosiddetto Vassallum caro a Walter ha subito in queste ultime ore. Adesso avrebbe i connotati di un modello tedesco quasi fedele all’originale, con qualche dettaglio favorevole alle forze ben radicate in certe aree, come la Lega. Ma quando la settimana prossima si arriverà al vertice di maggioranza che il premier ha promesso ai piccoli, rischia di saltare anche l’elevata soglia di sbarramento, unico elemento che può impedire il ritorno alla Prima Repubblica. Si troveranno altri aggiustamenti, altre limature. E rischia di verificarsi qualcosa di non troppo diverso da quello che è successo nel 2005 con il varo del cosiddetto porcellum. Un modello collage in cui è finito di tutto, dal premio di maggioranza alle liste bloccate, a soglie di sbarramento irrisorie, proprio perché anche il centrodestra all’epoca provò a conciliare esigenze spesso opposte tra loro. An voleva salvaguardare il bipolarismo, l’Udc puntava a guadagnare un minimo di libertà di movimento, tutti speravano di limitare la sconfitta. Un pastrocchio. Veltroni rischia di legare il suo nome a una riforma altrettanto confusa e incoerente. Vorrebbe imporre un nuovo corso, ma deve fare i conti con gli avversari che si trova in casa. In più, è imprigionato dal rischio che un suo tentativo di forzare gli equilibri passi come un siluro a Prodi e non per la ricerca di una formula adatta a una democrazia matura. Rischia di avverarsi un paradossale capovolgimento, per il leader del Pd: che sperava di innovare e che invece rischia di modellare un sistema capace di intrappolarlo nella palude della sua coalizione anche in futuro.

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Ecco perchè Veltroni e Prodi sono incompatibili

ottobre 11, 2007 alle 10:03 am | Pubblicato su L'Editoriale | Lascia un commento
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Quanto durerà la convivenza tra Romano Prodi e Walter Veltroni? Quanto potranno resistere assieme, marciando lungo strade parallele, il premier e il futuro leader del Partito democratico, due figure che in tutto il mondo occidentale sono riconducibili alla stessa persona? Poco, molto poco. Anzi: un divorzio sostanziale, insanabile, si è già consumato in queste ore. Basta dare un occhio, per esempio, all’intervista all’Unità di Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo al Senato. «Dopo il 15 ottobre (cioè dopo l’elezione di Veltroni n.d.r.) bisogna azzerare i ministri del Pd e ridurli» ha detto la Finocchiaro, un dirigente di primo piano che in questo anno «faticosissimo» ha vissuto sulla sua pelle l’ebbrezza prodiana di resistere sul filo del voto a palazzo Madama. Le parole della capogruppo rimbalzano dopo un analogo annuncio dello stesso Veltroni («dobbiamo dimezzare i ministri ») al quale Prodi, imbufalito, ha risposto così: «Queste cose le decido solamente io». Punto. Un secondo strappo, ancora più sostanziale, avviene sulla questione del risanamento e della manovra finanziaria. Di fronte al commissario Joaquin Almunia che definisce «non sostenibile» il debito pubblico italiano, Veltroni sottoscrive e si tuffa a pesce in quello che il Corriere della Sera di ieri, in un editoriale di Dario Di Vico, battezza come «un inedito asse». E Prodi? Da Bruxelles, stizzito, replica a Almunia, e quindi a Veltroni: «Lasciateci governare». Doppio punto. Sullo sfondo di questa netta divaricazione, si intravede l’incompatibilità politica tra Prodi e Veltroni che abbiamo sempre segnalato da queste colonne. Mentre il primo sopravvive grazie alla sua abilità di negoziatore con la sinistra massimalista, i cui voti sono determinanti per la tenuta della maggioranza, il secondo, se vuole dare veramente un segnale di novità alla sua investitura, deve rompere proprio l’assedio a sinistra, e affrancare il Partito democratico dai veti e dalle interdizioni che arrivano dalla minoranza estremista. Sono strade non distanti, ma inconciliabili. E non c’è compromesso che tenga di fronte a una elementare legge della politica che rende necessaria una prova di rottura quando si crea un partito nuovo, con un programma nuovo. Per paradosso, ma è la realtà, Veltroni può diventare leader soltanto se stacca la spina dell’ossigeno che tiene in vita il governo Prodi. Da qui non si spacca. «Dopo le primarie del 14 ottobre, comincia il bello» annuncia la Finocchiaro. No, cara senatrice, il bello è già iniziato.

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