Siamo sicuri: un accordo verrà

novembre 26, 2007 alle 10:55 am | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Quando esistevano i grandi partiti di massa, come la Democrazia cristiana, gli scontri interni passavano attraverso il primo gradino delle riunioni di corrente. Suonavano il campanello d’allarme. Poi si andava in Consiglio nazionale, e in direzione, e si tiravano le somme: c’era la sintesi e un gruppo dirigente che la incarnava. Adesso, con i partiti sfarinati e personalizzati, la battaglia si gioca nei rispettivi fortini e con l’uso reiterato delle interviste e delle comparsate in tv. E’ cambiata la forma, ed è inutile scivolare nel rimpianto nostalgico, ma resta intatta la sostanza. Nel centrodestra è questa la partita in corso: un rimescolamento delle carte, la ricerca di un nuovo baricentro dell’alleanza, l’emergere di leadership che non sono più scontate. Con una variabile in più, rispetto al passato: qualsiasi soluzione della rappresentanza moderata in Italia passa per il suo ancoraggio con la grande famiglia dei popolari europei. Nelle giornate in cui volano gli stracci, come queste, è inutile perdersi dietro agli insulti, che fanno parte del gioco. L’accusa di populismo rivolta a Silvio Berlusconi, per esempio, è scontata. Tutta la sua storia è guidata dalla bussola dell’antipolitica ridotta a linea politica, dell’uomo che parla direttamente con il popolo, insofferente alle mediazioni, che poi però vive e sopravvive proprio grazie alla sua duttilità. Che cosa è stata, se non questo, la Casa delle libertà? Un’alleanza, cioè, che ha messo insieme postdemocristiani, postsocialisti, postafascisti, leghisti e larghi settori dell’opinione pubblica sensibilissimi alle sirene del populismo (quello che la Dc, ricordiamolo, sapeva filtrare). Allo stesso modo, l’idea di Berlusconi di andare avanti nella costruzione di un partito ancora senza nome «con chi ci sta» è infantile, quasi una ripicca, che non serve allo scopo di ricostruire l’alleanza, ma semmai la condanna a un ruolo di opposizione. Tirate le somme, godiamoci questa fase con l’ottimismo della volontà. È un passaggio dovuto nell’evoluzione del centrodestra, impedito finora soltanto dalla debolezza del centrosinistra e dalla possibilità di una sua implosione, ed era ora che Fini e Casini, come hanno fatto ieri con limpidezza, richiamassero l’attenzione sulla necessità di partire dai «problemi degli italiani», dai contenuti, da un programma. Un lavoro sulla possibile piattaforma delle cose da fare e da proporre avrà il doppio effetto di spostare la discussione ( e perché no: lo scontro) sull’impianto di governo del centrodestra e di avvicinare le forze politiche come chiedono i loro elettori. A quel punto si tornerà, come è scontato, a ragionare sulla casa dei moderati, sulla loro organizzazione politica. E, se i dirigenti del centrodestra non vogliono ricoverarsi in una clinica psichiatrica, un accordo verrà.

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