Caro Fassino, lascia stare Marchionne

ottobre 9, 2007 alle 2:21 pm | Pubblicato su L'Editoriale | Lascia un commento
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Nell’affannosa ricerca di nuovi iscritti al Partito democratico, che non siano soltanto registi, cantanti e scrittori della Roma piaciona e veltroniana, Piero Fassino si è esibito in un triplo salto carpiato e ha invitato Sergio Marchionne a entrare nella squadra definendolo «un vero socialdemocratico». L’amministratore delegato della Fiat avrà sorriso, pensando a questa definizione che già nel lessico, e nell’etichetta, rappresenta il contrario di quanto Marchionne predica e applica nel suo perimetro di capo azienda: la cultura del cambiamento. Ciò che la sinistra italiana, a differenza di quella anglosassone, non ha mai veramente assorbito e condiviso. E non solo per le resistenze di una sua parte, diciamo l’universo di Rifondazione e dintorni, che pure è determinante, per esempio, nell’azione di governo. Ma più in generale perché la sinistra postcomunista ha modificato tanti nomi e tante sigle, ha versato tante lacrime di nostalgia, ha fatto tante dichiarazioni d’intenti, ma non ha mai attraversato fino in fondo il fiume di un profondo rinnovamento culturale della propria identità. E così resta una sinistra che da un lato è prigioniera dei suoi estremismi (al contrario delle socialdemocrazie europee, che hanno lasciato fuori la porta chi ancora auspica il comunismo) e dall’altro è tutta dentro le lunghe reti del corporativismo, dal sindacato confederale alle potenti associazioni accademiche. Mentre Marchionne predica «la cultura del cambiamento come una necessità», concetto perfino banale, il Fassino che vorrebbe arruolarlo è uno dei leader di una coalizione che ha puntualmente piegato la testa di fronte a ogni ipotesi, anche la più soft, di cambiamento. Lo ha fatto, recentemente, con una riforma delle pensioni che taglia le gambe alle nuove generazioni e protegge chi è già garantito; con una politica remissiva nei confronti del pubblico impiego, epicentro dello status quo corporativo, fino alla scomunica del povero ministro Nicolais che tentava di fare qualche proposta innovativa; con la rinuncia, di fatto, a qualsiasi valutazione della scuola e della università, come vogliono i sindacati e le lobby del settore. Immaginare, con questo dna, il reclutamento di Marchionne è una furbizia che non fa onore alla serietà di Fassino. Piuttosto, e qui si apre un altro capitolo, il centrodestra dovrebbe interrogarsi sul perché personaggi dell’establishment come l’amministratore delegato della Fiat siano ancora oggetto delle ambigue offerte della sinistra, secondo una lunga tradizione italiana. E non siano schierati, con limpidezza, nella parte del campo che gli compete per definizione: con i moderati rivoluzionari. Quelli che il cambiamento non lo annunciano, ma lo fanno.

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