Perchè piace l’idea del partito unico

dicembre 6, 2007 alle 4:48 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Se dovessimo stare ai sondaggi di Renato Mannheimer, il partito unitario del centrodestra sarebbe già cosa fatta. Da tempo. Negli ultimi giorni abbiamo letto due rilevamenti, all’interno dell’elettorato della ex Casa delle libertà, molto significativi. Pensate: la metà di questi elettori, quando entrano nella cabina con la loro scheda, potrebbero esprimere, indifferentemente, una preferenza per Forza Italia, An e Udc. E oltre il 70 per cento del popolo del centrodestra vuole una forza politica più ampia, unitaria e in grado di competere con il Partito democratico per il governo del Paese. È lo schema dell’Italia bipolare, ormai entrato nella testa e nei cuori degli elettori, che non esclude la possibilità di un polo centrista, moderato e ancorato nel centrodestra. È lo schema degli elettori che, diciamolo, non corrisponde alle esigenze delle nomenclature, gelose dell’autonomia e delle quote di potere dei nostri partiti-nanetti. Noi siamo e restiamo convinti che, per effetto della spinta della «forza delle cose» che in politica ha una logica perfino matematica, prima o poi la distanza tra la domanda degli elettori di centrodestra e l’offerta organizzativa dei suoi ceti dirigenti si colmerà. Ecco perché non rincorriamo in presa diretta le singole battute, le ripicche di giornata (ieri è stato Silvio Berlusconi a scagliarsi contro Pierferdinando Casini, mentre il giorno precedente il leader di An aveva lanciato segnali distensivi al Cavaliere), lo scambio incrociato di accuse. Vista con questi parametri, attraverso questo lessico, la politica italiana è noiosa. Incomprensibile. Oggi ci sentiamo confortati dai numeri di Mannheimer che, se pure non sono la sintesi dei vangeli, offrono un quadro promettente della maturità del corpo elettorale del centrodestra, di una direzione di marcia che nell’opinione pubblica è largamente condivisa. Non tenerne conto, anche per le singole incompatibilità di carattere, sarebbe una forma di suicidio politico dei leader attualmente all’opposizione. Certo: ci vorrà tempo. E sarà bene spenderlo anche per parlare di quel programma, pochi e specifici punti, che il centrodestra dovrà negoziare e definire per candidarsi al ritorno al governo. Ma noi siamo pazienti, non rispondiamo all’umore dell’attimo: e i fatti, nel tempo, ci daranno ragione.

Siamo sicuri: un accordo verrà

novembre 26, 2007 alle 10:55 am | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Quando esistevano i grandi partiti di massa, come la Democrazia cristiana, gli scontri interni passavano attraverso il primo gradino delle riunioni di corrente. Suonavano il campanello d’allarme. Poi si andava in Consiglio nazionale, e in direzione, e si tiravano le somme: c’era la sintesi e un gruppo dirigente che la incarnava. Adesso, con i partiti sfarinati e personalizzati, la battaglia si gioca nei rispettivi fortini e con l’uso reiterato delle interviste e delle comparsate in tv. E’ cambiata la forma, ed è inutile scivolare nel rimpianto nostalgico, ma resta intatta la sostanza. Nel centrodestra è questa la partita in corso: un rimescolamento delle carte, la ricerca di un nuovo baricentro dell’alleanza, l’emergere di leadership che non sono più scontate. Con una variabile in più, rispetto al passato: qualsiasi soluzione della rappresentanza moderata in Italia passa per il suo ancoraggio con la grande famiglia dei popolari europei. Nelle giornate in cui volano gli stracci, come queste, è inutile perdersi dietro agli insulti, che fanno parte del gioco. L’accusa di populismo rivolta a Silvio Berlusconi, per esempio, è scontata. Tutta la sua storia è guidata dalla bussola dell’antipolitica ridotta a linea politica, dell’uomo che parla direttamente con il popolo, insofferente alle mediazioni, che poi però vive e sopravvive proprio grazie alla sua duttilità. Che cosa è stata, se non questo, la Casa delle libertà? Un’alleanza, cioè, che ha messo insieme postdemocristiani, postsocialisti, postafascisti, leghisti e larghi settori dell’opinione pubblica sensibilissimi alle sirene del populismo (quello che la Dc, ricordiamolo, sapeva filtrare). Allo stesso modo, l’idea di Berlusconi di andare avanti nella costruzione di un partito ancora senza nome «con chi ci sta» è infantile, quasi una ripicca, che non serve allo scopo di ricostruire l’alleanza, ma semmai la condanna a un ruolo di opposizione. Tirate le somme, godiamoci questa fase con l’ottimismo della volontà. È un passaggio dovuto nell’evoluzione del centrodestra, impedito finora soltanto dalla debolezza del centrosinistra e dalla possibilità di una sua implosione, ed era ora che Fini e Casini, come hanno fatto ieri con limpidezza, richiamassero l’attenzione sulla necessità di partire dai «problemi degli italiani», dai contenuti, da un programma. Un lavoro sulla possibile piattaforma delle cose da fare e da proporre avrà il doppio effetto di spostare la discussione ( e perché no: lo scontro) sull’impianto di governo del centrodestra e di avvicinare le forze politiche come chiedono i loro elettori. A quel punto si tornerà, come è scontato, a ragionare sulla casa dei moderati, sulla loro organizzazione politica. E, se i dirigenti del centrodestra non vogliono ricoverarsi in una clinica psichiatrica, un accordo verrà.

È l’ora dei centristi. Se ci sono, si facciano sentire

novembre 21, 2007 alle 10:55 am | Pubblicato su L'Editoriale | 7 commenti
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Il doppio spariglio di Silvio Berlusconi, nuovo partito e conversione al sistema elettorale proporzionale, ha messo in movimento tutto il mondo politico. Era ovvio. E se Gianfranco Fini agita il bastone e la carota, rimproverando a Berlusconi «un’idea campata in aria quella di andare a votare dopo la riforma » e allo stesso tempo invitandolo a «uscire dalla polemica fine a se stessa», nell’arcipelago centrista si ragiona sulle possibili, nuove aggregazioni. È chiaro che una legge proporzionale apre uno spazio nella vasta area di insofferenza ai due poli così come si sono formati fino a oggi, anche se il meccanismo di voto è stato un alibi per tenere le bocce ferme. È venuto il momento nel quale i Pezzotta, i Tabacci, i Baccini, i Bianco (gli altri nomi li potete leggere sui giornali) prendano qualche decisione definitiva. O accettano il ruolo di grilli parlanti, coccolati dai salotti televisivi a caccia di qualche testa pensante, oppure alzano l’asta della scommessa e rischiano in prima persona per un progetto più ampio. Noi continuiamo a pensare che non esiste la possibilità di un terzo polo e non solo per una questione di legge elettorale, che se anche proporzionale servirà a rafforzare (e non a cancellare) il bipolarismo, ma innanzitutto perché nel Paese c’è voglia di governi stabili all’interno di un’alternanza tra due schieramenti. D’altra parte, il modello tedesco, tanto gradito ai centristi, è proprio quello che incardina il bipolarismo, fondato sulla reciproca legittimazione degli avversari. E se i centristi hanno una funzione politica, determinante, all’interno del bipolarismo, si tratta appunto di ancorare i moderati a un progetto di modernizzazione del Paese, di renderli cioè omogenei alla grande famiglia dei popolari europei. La principale anomalia dell’Italia, dopo il crack della Prima Repubblica, è ancora questa: la mancanza di una solida rappresentanza dei moderati, con alleanze e riferimenti nella società prima che nei circoli dell’establishment. Soltanto una nuova area centrista, nel centrodestra e non nel limbo della neutralità, può sfilare un pezzo decisivo dell’elettorato dalla deriva populista e catturare consensi in uscita dal centrosinistra dopo la nascita del Partito democratico. Ecco la missione dei Pezzotta, dei Tabacci, e di tanti altri moderati che devono superare l’Udc, ma non possono prescindere dal ruolo, e anche dalla credibilità, conquistati da Pier Ferdinando Casini. Hanno voglia di provarci? Se la sentono? Se le risposte sono affermative, allora è bene chiudere la stagione dei «volenterosi » ,dei «temperati», delle «officine», cioè di movimenti laterali al campo dello scontro politico. C’è bisogno di scelte radicali, chiare e forti, come le hanno fatte nella storia i veri leader del moderatismo europeo. E come in Italia, purtroppo, sembra capace di fare solo Silvio Berlusconi.

La scossa serviva. E adesso carte sul tavolo

novembre 20, 2007 alle 5:39 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 4 commenti
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Dove vuole arrivare Silvio Berlusconi? Proviamo a dare una risposta a questa domanda, che ci hanno rivolto in tanti, senza farci condizionare dal clima avvelenato in questi ultimi giorni nella ex Casa delle libertà. Innanzitutto Berlusconi non ha mai nascosto il sogno di passare alla storia come il fondatore di un grande partito di massa, liberale e moderato. Qualcosa di diverso, e di più stabile, dell’anomala creatura di Forza Italia, una forza politica nata sulla base di uno stato di necessità che ha dimostrato nei fatti di non essere in grado di autoriformarsi. Senza questa premessa, si rischia di ridurre l’operazione dei circoli della Brambilla, paralleli a quelli di Dell’Utri, a un puro capriccio, magari a un dispetto agli aspiranti eredi, Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. In realtà i circoli erano e restano pezzi di un nuovo partito che gli elettori aspettavano da tempo dopo l’ingessatura di Forza Italia. In secondo luogo, Berlusconi è un leader movimentista, mosso sempre da una straordinaria sintonia con il suo popolo, insofferente e maldestro quando si tratta di azionare manovre parlamentari, come ha dimostrato il fallimento della sua strategia sulla legge Finanziaria. Per lui è impossibile stare fermi e aspettare lo scivolone dell’avversario sulle bucce di banane della sua fragilità. Ecco, dunque, il tavolo sparigliato e l’annuncio di un nuovo partito «con chi ci sta». Sapendo che l’appello non cade nel vuoto: già ieri Berlusconi ha raccolto l’adesione di altre frazioni del centrodestra, dai democristiani di Rotondi ai socialisti non emigrati nel centrosinistra. Fate le somme, e vedrete che siamo in presenza di una forza politica con una potenzialità elettorale superiore al 30 per cento. Ma i numeri non bastano. E il disegno di Berlusconi finirebbe alle ortiche se il centrodestra non ritrovasse una strada unitaria che passa, a nostro avviso, per un negoziato trasparente (e non fatto di ripicche personalizzate) con Alleanza nazionale e per una successiva intesa federativa con l’Udc da una parte e la Lega dall’altra. In questa partita, è una variabile importante la trattativa con il centrosinistra per una nuova legge elettorale, e la scossa di Berlusconi ha un significato chiaro: il boccino, nel centrodestra, è nelle sue mani e solo lui può garantire una legge proporzionale che non penalizzi gli alleati e salvi lo schema del bipolarismo. Si potrà discutere all’infinito sul metodo, sul filo del populismo, con il quale Berlusconi annuncia le sue svolte, ma sarebbe un dibattito inutile visti i precedenti. Quello che conta è la sostanza: e se, dopo tredici anni dalla sua discesa in campo, il Cavaliere è ancora l’unico ad avere un’energia vitale nel centrodestra, a prendere iniziative che non siano solo giochi di rimessa, è giusto che tutti facciano i conti con lui.

La spallata? Arriverà da Veltroni

ottobre 31, 2007 alle 12:35 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 2 commenti
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Vedrete: alla fine la vera spallata arriverà da Walter Veltroni. E non sarà l’effetto di uno sgambetto o di una trappola, ma la certificazione di una svolta politica: il Partito democratico, ormai forza politica compiuta e definita, deve compiere il suo strappo vitale, l’essenza della mission per la quale è nato, ed emancipare la sinistra riformista dagli estremismi, cioè da quella somma di partiti e partitini, di capi e capetti che consentono di vincere le elezioni ma non di governare. E per questo passaggio, molto stretto in un fase così caotica della vita pubblica, Veltroni ha bisogno di due cose. La prima è il partito a sua immagine e somiglianza, con un leader forte, investito direttamente dagli elettori e non dal caminetto delle nomenclature interne, e con alcuni punti qualificanti di rottura rispetto al vecchio schema dell’Unione. Il leader del Pd, dopo il successo dell’assemblea di Milano, porterà a compimento il disegno interno con l’elezione dei coordinatori provinciali (23 novembre), l’ossatura del nuovo partito sul territorio. Nessuno potrà fermarlo in un’avanzata militare, e Veltroni dovrà solo negoziare una civile convivenza con l’unico leader che, in teoria, potrebbe contrastarlo, ma che al momento, per il realismo che lo contraddistingue, non ha alcuna intenzione di mettersi di traverso. Parliamo, ovviamente, di Massimo D’Alema. Resta la seconda cosa: la caduta del governo Prodi. Ieri si è visto in modo nitido, per una efficace coincidenza di fatti, perché il Partito democratico, e Veltroni in prima linea, non possono continuare a coprire l’arte della sopravvivenza del premier. Nello stesso giorno, il governo ha approvato il pacchetto di disegni di legge sulla sicurezza con l’astensione di tre ministri della sinistra e la Camera ha bocciato l’istituzione della commissione d’inchiesta sul G8 di Genova con Udeur e Italia dei valori schierati con i centrodestra e con la sinistra radicale che urla al mancato rispetto del programma. In pratica, sommando i due episodi si scopre che il compromesso dell’ultimo minuto, al termine di estenuanti mediazioni, non è più l’arma segreta del governo. La pistola è scarica, e dunque bisogna prenderne atto. Proprio quello che Veltroni ha intenzione di fare, sapendo che la sua partita si gioca in pochi mesi, forse settimane. Perché il tempo della tattica è scaduto e chissà che per l’Italia non si avvicini, dopo questa interminabile e perfino noiosa transizione, una nuova fase politica.

Ci fidiamo di Napolitano. Lo merita

ottobre 26, 2007 alle 11:32 am | Pubblicato su L'Editoriale | 14 commenti
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Il boccino è nelle mani di Giorgio Napolitano. Il governo Prodi, ieri ripetutamente sconfitto al Senato, in caduta libera di consensi e sfiduciato dai grandi quotidiani dell’establishment, dal Corriere della Sera alla Stampa, non può tirare a campare a lungo. Quando e come cadrà è un dettaglio: l’agenda politica dice che siamo già nel dopo Prodi. E qui entra in gioco, innanzitutto per le sue prerogative istituzionali, il capo dello Stato la cui posizione finora è stata molto chiara. Napolitano vuole alcune riforme, a partire da quella relativa alla legge elettorale, prima di sciogliere le Camere e chiede uno sforzo bipartisan per approvarle. Inoltre, il governo che verrà , come già richiesto a Prodi durante la precedente crisi, dovrà avere una sua «autosufficienza» che, tradotta con un numero, significa 158 voti, senza dunque contare il soccorso straordinario dei senatori a vita, al Senato. Si può seguire il percorso tracciato dal presidente della Repubblica? Assolutamente sì, ed è evidente che Napolitano si muove da garante super partes, nell’interesse del Paese, e non di una parte nella quale pure ha militato per una vita. Fatta salva la buona fede del capo dello Stato, del quale abbiamo mille buoni motivi per fidarci, devono però essere chiariti tre punti. Il primo: Prodi non ha «l’autosufficienza» richiesta, cioè quota 158, e quindi dovrebbe rassegnare i mandato al Quirinale senza aspettare l’incidente in aula che avvelenerebbe ulteriormente il clima, rendendo così più difficili i passaggi successivi. Napolitano non ha armi politiche per costringere Prodi a questa decisione, se non quella moral suasion che rappresenta una delle sue prerogative istituzionali. Tutto è che la eserciti con la sua autorevolezza. Secondo punto: il governo che verrà deve avere un mandato e una scadenza ben delimitati, altrimenti diventerebbe una prosecuzione della parabola politica del centrosinistra, come teme Silvio Berlusconi, in attesa magari di un ribaltamento delle previsioni elettorali, oggi decisamente a favore del centrodestra. Terzo presupposto: fatta la legge elettorale, e le riforme che chiede il capo dello Stato, si va a votare. Senza rinvii e forzature, come purtroppo si è verificato, per esempio, durante il settennato di Oscar Luigi Scalfaro. La parola deve tornare al popolo elettore, come è giusto che sia visto lo stato asfittico e la mancanza di prospettive della legislatura. All’interno del perimetro che abbiamo disegnato, e con le garanzie che contiene, il centrodestra farà bene a fidarsi di Giorgio Napolitano. L’uomo lo merita, e la carica che ricopre è una garanzia che va salvaguardata e rispettata anche da parte di chi, come l’opposizione, ha un legittimo interesse al rapido ritorno degli italiani alle urne.

Il centrodestra ringrazi Veltroni e si svegli

ottobre 16, 2007 alle 9:18 am | Pubblicato su L'Editoriale | 13 commenti
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veltroninoLa più concreta iniziativa per l’asfittico centrodestra italiano l’ha presa Walter Veltroni. E ci voleva. Già, perché a parte qualche inutile polemica sulla reale affluenza alle urne, l’investitura plebiscitaria del sindaco di Roma a leader del Partito democratico rappresenta una scossa salutare per l’ex casa delle Libertà. Nulla sarà come prima, questo è sicuro, e non c’è bisogno di dare fiato alle trombe della retorica per rendersi conto che la nascita formale e sostanziale di un nuovo partito costringerà il centrodestra a riprendere un’azione politica. Certo: resta l’incognita delle elezioni a breve, nel 2008, la soluzione più gradita a Silvio Berlusconi, ma non si può restare fermi in attesa che sia chiara l’evoluzione della legislatura. Non lo capirebbero gli elettori, a partire da quelli che sono scesi in piazza nella manifestazione organizzata, con successo, da Alleanza nazionale, e da quanti chiedono da tempo un’accelerazione sulla strada del partito delle libertà. Che fare, dunque? Un percorso possibile è quello di riaprire rapidamente un tavolo di discussione per un programma comune. Parlare di cose, insomma, prima che di contenitori. E farlo non solo coinvolgendo circoli e associazioni, un patrimonio molto cresciuto nel centrodestra, ma innanzitutto i gruppi dirigenti dei partiti. Si deve fissare un’agenda, con punti precisi, quelli che poi diventeranno la piattaforma di una programma di governo, breve ed efficace, da presentare in occasione del ritorno alle urne. Per esempio: tasse, sicurezza, welfare e famiglia, legge elettorale e modifiche istituzionali, privatizzazioni, scuola e università. Se si tornasse a discutere con concretezza di questi temi, cercando anche di allargare l’area delle consultazioni alle forze sociali in un momento nel quale l’Italia è prigioniera della sua frammentazione, si potrebbero ottenere nel breve periodo due risultati.

Il primo: dare un segnale di buona politica, lontana dalle formule astratte e vicina ai problemi dei cittadini e alle possibili soluzioni.
Il secondo: creare il terreno sul quale poi ricostruire le alleanze nel centrodestra.

Un programma di governo, tanto per capirci, renderebbe visibile l’assoluta vicinanza delle posizioni di Forza Italia e An, e potrebbe perfino spingere i dirigenti dei due partiti a saltare il passaggio intermedio di una federazione per puntare diritti al partito unico. Così siamo sicuri che, nel merito dei contenuti, anche la distanza con l’Udc è più corta, e a quel punto un patto federativo con i centristi sarebbe a portata di mano. Serve, come vedete, una buona dose di coraggio e di generosità: e per il momento diciamo grazie a Walter Veltroni.

Gentiloni, le leggi come clave non funzionano

ottobre 9, 2007 alle 2:22 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Ricordate la valanga di polemiche sul disegno di legge Gentiloni? La parata di dichiarazioni del governo per delle norme che servivano al Paese, all’informazione e alla democrazia? Aria fritta. Come avevamo scritto, quella proposta, approvata in Consiglio dei ministri, era soltanto una clava sul tavolo del negoziato politico per condizionare, e ammorbidire, l’azione di Silvio Berlusconi, cioè del leader dell’opposizione. Ora è arrivato il momento della verità, e si stanno scoprendo le carte. Il disegno di legge è finito nel porto delle nebbie: non è previsto nel calendario dei lavori della Camera e, come dice Pietro Folena, presidente della commissione Cultura, «la voglia di portare avanti questo provvedimento è pari a zero». Il ministro Gentiloni giura sul fatto che «il governo crede in questa riforma del sistema televisivo e , in una forma ancora da definire, renderà chiara l’esigenza di approvarla in aula quanto prima». Parole vaghe, che nascondono tutto l’imbarazzo di Gentiloni che, con il meccanismo della clava, si è infilato in un tunnel. Molto più esplicita, invece, è la durissima presa di posizione da parte della Commissione europea, che aveva chiesto, «in un arco di tempo non superiore ai due mesi», alcune specifiche modifiche alle legge Gasparri, approvata nella precedente legislatura. In pratica, la commissione ci dava tempo fino agli inizi di ottobre per recepire le sue contestazioni. Cosa che il governo avrebbe dovuto fare con tempestività, senza infilarsi nel vicolo cieco della grande riforma. «A questo punto non ho intenzione di aspettare a lungo prima di intervenire contro l’Italia, non sono abituato a questi rinvii» minaccia Neelie Kroes, commissario europeo alla concorrenza. Con l’aria che tira, è molto probabile un prossimo deferimento dell’Italia all’Alta corte di giustizia europea, con una successiva multa a carico del nostro Stato. Così, il ministro Gentiloni dovrà fare i conti con un doppio smacco. Da un lato l’offensiva politica contro Berlusconi resterà lettera morta e non produrrà alcun effetto sostanziale, specie quelli a beneficio dell’equilibrio del sistema televisivo; dall’altro lato il governo ha rimediato l’ennesima brutta figura in sede europea, dove il nostro tasso di affidabilità è sempre più basso. La lezione è chiara: le leggi si fanno per rispondere a obiettivi e interessi generali e quando, invece, assumo le sembianze delle clave rischiano solo di picchiare sulla testa di chi le ha proposte.

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