Così gli operai vogliono finalmente le mani libere

ottobre 9, 2007 alle 2:23 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Chissà quanti sindacalisti hanno letto, in queste ore decisive per il voto sul welfare nelle fabbriche, il sondaggio Ispo, pubblicato ieri sul Corriere della Sera, sul tema «Che cosa e come vedono il lavoro gli operai». Il dato più sorprendente della ricerca è quello relativo alla metà dei nostri Cipputi che dicono chiaramente di preferire «un sistema in cui ciascuno può fare gli straordinari che vuole guadagnando così di più». Questa volta sono gli operai in carne e ossa, e non i soliti professori bocconiani del pensiero ultraliberale, che vogliono le mani libere. Chiedono cioè di non restare intrappolati in quella giungla di 900 contratti erga omnes che imbrigliano il mercato del lavoro, e impediscono l’esercizio di una flessibilità che potrebbe tradursi rapidamente in aumenti salariali.
Sono loro, gli operai, che chiedono uno scatto in avanti nelle relazioni industriali: la sicurezza del posto di lavoro, è il loro ragionamento, non deve escludere la possibilità di premiare il merito. La novità contenuta nei dati del sondaggio spinge il professore Renato Mannheimer a parlare di «operai sarkoziani», favorevoli cioè alla parola d’ordine del nuovo leader francese «lavorare di più, guadagnare di più». Ancora una volta la nostra classe operaia dimostra una maturità e un’evoluzione culturale che invece non si rintracciano nei gruppi dirigenti di chi dovrebbe rappresentarla, il sindacato. Quel sindacato che si ostina a difendere, in tutte le sedi e con tutte le armi a disposizione, il tabù dei contratti centralizzati che definiscono ogni dettaglio del rapporto di lavoro. Quel sindacato che, con questa rigidità, difende più il lavoro della sua nomenclatura (specializzata appunto nel negoziato salariale) che non gli interessi dei lavoratori. Per loro, ormai le mani libere, anche a costo di rinunciare a qualche garanzia, sono una necessità. Innanzitutto per alzare il livello, oggi insostenibile, dei salari.

L’intervista a Linus

ottobre 9, 2007 alle 2:22 pm | Pubblicato su I moderati che vorrei | Lascia un commento
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Domenica isieme a L’Indipendente delle idee, è uscito il tredicesimo supplemento de I moderati che vorrei. Questa volta, ho intervistato Linus, lo storico dj di radio dj, della quale è direttore artistico. Per scaricare l’intervista andate a questa pagina e troverete la versione pdf del giornale. Ecco di seguito un piccolo estratto:

Perché la parola moderato piace così poco ai giovani?

La abbinano a una mancanza di personalità, a un colore troppo sfumato. Un grigio pallido o un beige che un ragazzo non userebbe mai per vestirsi.

Colori a parte, è una forma di prevenzione ideologica.

Conta molto, purtroppo, anche il fatto che in questi anni il termine moderato è stato svalutato dal suo uso improprio.

In che senso?

Evoca compromessi, trasformismi, furbizie. Ecco perché, da un punto di vista politico, i giovani considerano la moderazione un grave difetto, salvo poi scoprirne, da grandi, le virtù. Un percorso che conosco bene, perché da giovane volevo fare i 100 metri, poi ho capito che la corsa più importante nella vita è la maratona.

Anche lei si sarà interrogato tante volte sul distacco, l’abisso, tra i giovani e la politica.

È un bel problema, specie per un Paese che penalizza le nuove generazioni.

Il seguito è disponibile qui

Gentiloni, le leggi come clave non funzionano

ottobre 9, 2007 alle 2:22 pm | Pubblicato su L'Editoriale | 1 commento
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Ricordate la valanga di polemiche sul disegno di legge Gentiloni? La parata di dichiarazioni del governo per delle norme che servivano al Paese, all’informazione e alla democrazia? Aria fritta. Come avevamo scritto, quella proposta, approvata in Consiglio dei ministri, era soltanto una clava sul tavolo del negoziato politico per condizionare, e ammorbidire, l’azione di Silvio Berlusconi, cioè del leader dell’opposizione. Ora è arrivato il momento della verità, e si stanno scoprendo le carte. Il disegno di legge è finito nel porto delle nebbie: non è previsto nel calendario dei lavori della Camera e, come dice Pietro Folena, presidente della commissione Cultura, «la voglia di portare avanti questo provvedimento è pari a zero». Il ministro Gentiloni giura sul fatto che «il governo crede in questa riforma del sistema televisivo e , in una forma ancora da definire, renderà chiara l’esigenza di approvarla in aula quanto prima». Parole vaghe, che nascondono tutto l’imbarazzo di Gentiloni che, con il meccanismo della clava, si è infilato in un tunnel. Molto più esplicita, invece, è la durissima presa di posizione da parte della Commissione europea, che aveva chiesto, «in un arco di tempo non superiore ai due mesi», alcune specifiche modifiche alle legge Gasparri, approvata nella precedente legislatura. In pratica, la commissione ci dava tempo fino agli inizi di ottobre per recepire le sue contestazioni. Cosa che il governo avrebbe dovuto fare con tempestività, senza infilarsi nel vicolo cieco della grande riforma. «A questo punto non ho intenzione di aspettare a lungo prima di intervenire contro l’Italia, non sono abituato a questi rinvii» minaccia Neelie Kroes, commissario europeo alla concorrenza. Con l’aria che tira, è molto probabile un prossimo deferimento dell’Italia all’Alta corte di giustizia europea, con una successiva multa a carico del nostro Stato. Così, il ministro Gentiloni dovrà fare i conti con un doppio smacco. Da un lato l’offensiva politica contro Berlusconi resterà lettera morta e non produrrà alcun effetto sostanziale, specie quelli a beneficio dell’equilibrio del sistema televisivo; dall’altro lato il governo ha rimediato l’ennesima brutta figura in sede europea, dove il nostro tasso di affidabilità è sempre più basso. La lezione è chiara: le leggi si fanno per rispondere a obiettivi e interessi generali e quando, invece, assumo le sembianze delle clave rischiano solo di picchiare sulla testa di chi le ha proposte.

Finanziaria: prendono in giro anche Napolitano

ottobre 9, 2007 alle 2:22 pm | Pubblicato su L'Editoriale | Lascia un commento
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Si accettano scommesse: gli appelli di Giorgio Napolitano contro «una legge Finanziaria ridotta ad articoli unici di dimensioni abnormi» e «un eccessivo ricorso» al voto di fiducia, resteranno lettera morta. Parole scritte sulla sabbia, da archiviare a futura memoria. Romano Prodi lo sa bene, e ha già messo il suo cappello curiale sulle sollecitazioni del capo dello Stato. «Condivido pienamente le sue preoccupazioni» ha detto. Amen. Come il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che ha già dimenticato le promesse fatte lo scorso anno, proprio in occasione del tormentato iter parlamentare della Finanziaria. «Approveremo una legge per farla più snella» aveva promesso. E invece il film si ripeterà, con la stessa regìa, anche quest’anno. L’articolo unico e il ricorso alla fiducia sono due facce di una stessa medaglia. Un problema politico, e non una questione di galateo istituzionale come sembrerebbe leggendo i commenti dei rappresentanti dell’Unione. E il problema consiste nella debolezza della maggioranza, e quindi del governo, che non può affrontare un vero dibattito parlamentare, con tutti i rischi che comporta, e ha bisogno di spezzare il filo del «tira e molla» all’interno della coalizione. Ecco perché Prodi e Padoa- Schioppa mettono in piedi, con un sofisticato gioco di ragionieri, una finanziaria «abnorme», o meglio, mostruosa. Caricano su un solo articolo tutti i provvedimenti che ritengono indispensabili, approvando così in un colpo più leggi, e poi, zac, chiudono i giochi nella maggioranza e con l’opposizione attraverso il ricorso al voto di fiducia. Non sarà un vero e proprio esproprio delle prerogative parlamentari, ma certo questa prassi è al confine, forse fuori, del perimetro costituzionale. Svuota le funzioni stesse di deputati e senatori, privandoli dei loro essenziali diritti-doveri, e riduce il Parlamento, che tra l’altro in una delle sue camere è paralizzato, a una sorta di ufficio per la ratifica dei blitz governativi. Stranamente su questa prassi così ben coltivata dal centrosinistra, si alza il velo del silenzio dei costituzionalisti più noti, generalmente militanti della sinistra intellettuale, che non osano dire una parola di censura sulla deriva della Finanziaria. Sul campo di battaglia, dopo il voto, resteranno, come cenere, le parole del capo dello Stato. Quelle che tutti dicono di avere apprezzato.

Epifani e Prodi: due debolezze non fanno una forza

ottobre 9, 2007 alle 2:21 pm | Pubblicato su L'Editoriale | Lascia un commento
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Ci sarà anche qualche forzatura, come lamenta l’ufficio stampa della Cgil, nella titolazione all’intervista con Guglielmo Epifani pubblicata ieri sul quotidiano La Repubblica, ma la sostanza delle cose non cambia. Anzi. Il leader della Cgil dice chiaro e tondo che, se i lavoratori dovessero bocciare con il referendum il patto sul welfare, il primo a pagarne le conseguenze sarebbe Romano Prodi con il suo governo. L’affermazione non è azzardata, semmai bisogna apprezzare l’onestà intellettuale di Epifani che non mette le mani avanti, ma pesa tutta l’importanza della consultazione. E dimostra tre cose. La prima è che il risultato del referendum non è affatto scontato (come dimostrano anche i fischi di ieri a Mirafiori) e dal suo esito dipende anche l’equilibrio ai vertici del sindacato, come ricorda oggi all’Indipendente il combattivo Giorgio Cremaschi. L’ala dura della Fiom non farà sconti ed è probabile che, sul voto dei lavoratori, peserà anche la delusione per quelle buste paga che non fanno un millimetro avanti, nonostante le mille dichiarazioni di buone intenzioni. Seconda considerazione: il governo non è prigioniero della Cgil, questa è propaganda, ma ha nel sindacato confederale un suo perno. E questo legame, nel nome di una concertazione che quasi sempre significa l’esercizio di un potere di veto, ne riduce qualsiasi potenzialità riformista, come si è visto anche a proposito della non riforma delle pensioni e delle scelte per il settore del pubblico impiego. In questo senso, mai come adesso il sindacato è stato così potente sul piano politico, sebbene Prodi sia abilissimo nel bilanciare gli effetti del patto con Cgil-Cisl e Uil con le generose concessioni, a partire dai tagli fiscali, riservate agli industriali. Sta qui, se ci pensate bene, il segreto della sua sopravvivenza. Il terzo aspetto delle dichiarazioni di Epifani riguarda il destino parallelo con Prodi. È chiaro che, per la prima volta, il governo rischia non solo per la debolezza parlamentare, ma anche sul terreno sociale dove finora è riuscito a restare protetto. Epifani lancia un doppio appello: ai lavoratori che devono decidere con il loro voto, e alla maggioranza di centrosinistra che non può, come vorrebbero le componenti estreme sollecitate anche dal presidente della Camera, ritoccare la delicata intesa sul welfare. Tutti sono avvertiti, insomma. E la partita si presenta molto pesante, anche perché in politica, come nella fisica, due debolezze, sommate, non fanno mai una forza. Una elementare legge di gravità alla quale non potranno sfuggire né Epifani né Prodi.

Caro Fassino, lascia stare Marchionne

ottobre 9, 2007 alle 2:21 pm | Pubblicato su L'Editoriale | Lascia un commento
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Nell’affannosa ricerca di nuovi iscritti al Partito democratico, che non siano soltanto registi, cantanti e scrittori della Roma piaciona e veltroniana, Piero Fassino si è esibito in un triplo salto carpiato e ha invitato Sergio Marchionne a entrare nella squadra definendolo «un vero socialdemocratico». L’amministratore delegato della Fiat avrà sorriso, pensando a questa definizione che già nel lessico, e nell’etichetta, rappresenta il contrario di quanto Marchionne predica e applica nel suo perimetro di capo azienda: la cultura del cambiamento. Ciò che la sinistra italiana, a differenza di quella anglosassone, non ha mai veramente assorbito e condiviso. E non solo per le resistenze di una sua parte, diciamo l’universo di Rifondazione e dintorni, che pure è determinante, per esempio, nell’azione di governo. Ma più in generale perché la sinistra postcomunista ha modificato tanti nomi e tante sigle, ha versato tante lacrime di nostalgia, ha fatto tante dichiarazioni d’intenti, ma non ha mai attraversato fino in fondo il fiume di un profondo rinnovamento culturale della propria identità. E così resta una sinistra che da un lato è prigioniera dei suoi estremismi (al contrario delle socialdemocrazie europee, che hanno lasciato fuori la porta chi ancora auspica il comunismo) e dall’altro è tutta dentro le lunghe reti del corporativismo, dal sindacato confederale alle potenti associazioni accademiche. Mentre Marchionne predica «la cultura del cambiamento come una necessità», concetto perfino banale, il Fassino che vorrebbe arruolarlo è uno dei leader di una coalizione che ha puntualmente piegato la testa di fronte a ogni ipotesi, anche la più soft, di cambiamento. Lo ha fatto, recentemente, con una riforma delle pensioni che taglia le gambe alle nuove generazioni e protegge chi è già garantito; con una politica remissiva nei confronti del pubblico impiego, epicentro dello status quo corporativo, fino alla scomunica del povero ministro Nicolais che tentava di fare qualche proposta innovativa; con la rinuncia, di fatto, a qualsiasi valutazione della scuola e della università, come vogliono i sindacati e le lobby del settore. Immaginare, con questo dna, il reclutamento di Marchionne è una furbizia che non fa onore alla serietà di Fassino. Piuttosto, e qui si apre un altro capitolo, il centrodestra dovrebbe interrogarsi sul perché personaggi dell’establishment come l’amministratore delegato della Fiat siano ancora oggetto delle ambigue offerte della sinistra, secondo una lunga tradizione italiana. E non siano schierati, con limpidezza, nella parte del campo che gli compete per definizione: con i moderati rivoluzionari. Quelli che il cambiamento non lo annunciano, ma lo fanno.

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